lunedì 14 novembre 2016

La Cruna dell'Ago - Anno n. 1 - N. 10 - Novembre 2016





























Comunicato stampa: COSTITUITO IL COMITATO “NOCCIOLO PATRIMONIO DA TUTELARE”

COSTITUITO IL COMITATO “NOCCIOLO PATRIMONIO DA TUTELARE”

            Ucria 02 11 2016 Si è costituito il comitato “Nocciolo Patrimonio da Tutelare, “fondato da imprenditori e produttori corilicoli (nocciole), con lo scopo di denunciare la drammatica situazione economica che ha colpito il settore, causata dalla presenza di ghiri e del cimiciato (attacco delle cimici alle piante di nocciolo), che hanno infestato e distrutto buona parte del pregiato raccolto che è esportato in tutto il mondo. Danni ingenti sono stati riscontrati nel territorio che comprende i 23 comuni, che ricadono nell’area dei Nebrodi ed in particolare: Ucria, Raccuia, Sinagra, Tortorici, Castell’Umberto, Montalbano Elicona, Roccella Valdemone. Su circa 5.000 ha di noccioleti si stima un danno che si aggira tra il 70 e 80% dell’intera produzione. La costituzione del comitato nasce dalla volontà di trovare una sinergia con le Istituzioni Regionali e Nazionali al fine di arrestare questa forza distruttiva che potrebbe definitivamente annientare un settore produttivo di eccellenza per il territorio dei nebrodi. Il Comitato “Nocciolo Patrimonio da Tutelare”, organizzerà una conferenza stampa sabato 20 novembre alle ore 10.00 presso il Castello Federico II di Montalbano Elicona per discutere ed individuare le opportune soluzioni. All’incontro, parteciperanno tra gli altri: il Professore Matteo Florena, il Professore Basilio Baratta, il Presidente dell’Associazione frutto dei Nebrodi, Felice Genovese, il Presidente della Comunità della Nocciola dei Nebrodi Enzo Ioppolo, l’esperto dottore agronomo Sebastiano Galvagno, i Segretari Generali della C.G.L, C.I.S.L, U.I.L, il segretario dell’Unione Provinciale degli agricoltori, i Rappresentanti Cia (confederazione italiana agricoltori) ed i Rappresentanti della Coldiretti e Confagricoltura  di Messina. “Numerosi, si legge nella nota ufficiale sottoscritta dal Comitato- sono gli agricoltori del luogo che lamentano quest’anno il ridotto raccolto della nocciola. L’economia agricola del paese e del territorio nebroideo, basata in gran parte sulla produzione e raccolta della famosa “nocciola siciliana dei Nebrodi” molto apprezzata per l’aroma, il sapore delicato e il retrogusto intenso rischia dunque di essere messa seriamente in ginocchio. Dobbiamo tutelare questa riserva preziosa, che ha rappresentato la Sicilia al Salone del Gusto di Torino ed  alla Fiera Internazionale di Stoccarda riscuotendo consensi e apprezzamenti per le sue qualità.  Questo patrimonio genetico locale e’ da tutelare perché fonte di biodiversità di notevole valore sociale, culturale ed economico. Chiediamo pertanto alle Istituzioni di intervenire tempestivamente per preservare e valorizzare questa risorsa fondamentale anche per la stabilità, la conservazione del territorio e per la salvaguardia dell’economia delle aree interessate. Tutti gli attori coinvolti auspicano azioni risolutive per la ricostituzione dell’equilibrio biologico utilizzando possibili soluzioni naturali quali alternativa colturale sostenibile”.






Sulla Rocca di San Marco - Giovanni Rigoli


Sulla Rocca di San Marco
Alpinisti in borghese
lei mi sembra un'ucriese
lui un giovane cortese

una rocca stan scalando
non ti dico mica quando
non ti dico neanche dove
non vorrei che poi piove

so che han fatto tanta strada
e bagnati di rugiada
han cambiato di contrada

dalla loro prima casa
son andati un po' lontano
se li cerchi vai a Milano

fan famiglia assai felice
perché Dio li benedice
questa è foto da cornice


                                Giovanni Rigoli


MUDDICHEDDI DI STORIA CRIOTA: "A STATUA DA MADONNA I POMPEI 'NTA CHIESA A MATRICI"- SENZA PASSATO NON SI COSTRUISCE FUTURO - Carmelina Allia

<<MUDDICHEDDI DI STORIA CRIOTA: "A STATUA DA MADONNA I POMPEI 'NTA CHIESA A MATRICI">
<<SENZA PASSATO NON SI COSTRUISCE FUTURO>>
Carmelina Allia 
            Non è facile trovare in una statua della Madonna di Pompei l'espressione dolcissima del volto della Vergine e del suo Bambino, che caratterizza la statua che troviamo nella nostra Chiesa Madre di Ucria.
            Se ci si sofferma un pò a contemplarla, mentre sgorga dal cuore una preghiera, si resta incantati, perché quei volti parlano di bellezza, di tenerezza, di bontà ed ispirano sentimenti di pace e di fraternità.
            Una mia cara amica: Mela Lembo " a pitrusina", mi ha raccontato la storia della nostra statua della Madonna di Pompei, che mi piace far conoscere, particolarmente ai giovani, perché senza passato non si ha identità, ed anche perché è segno di fede autentica e di genuina fiducia nell'intercessione della Vergine Santissima.
            Erano gli anni del primo ‘900 e la signora Celeste Galvagno, nota per la sua gentilezza e generosità, temendo per la salute della figlia Rosalia - molto malata - fece un voto alla Madonna di Pompei, di cui era devota, avendo a casa un suo quadro.
Promise che, a guarigione ottenuta della figlia, avrebbe commissionato una statua: il costo sarebbe stato saldato dalle offerte delle persone a cui lei avrebbe chiesto un contributo: "a sordi dumannati", bussando alle porte delle case, umiliandosi nella richiesta, lei una signora che apparteneva alla classe dei "Civili".
            Ottenuta la grazia della guarigione della figlia, la signora Celeste mantenne la promessa fatta. 
            Si recò a Pompei e commissionò la statua.
            Quando questa giunse ad Ucria, fu accolta con tanta gioia da tutti gli Ucriesi accorsi numerosissimi in chiesa e si fece una bellissima festa. 
            Molto probabilmente da allora cominciò la tradizione della preghiera dei "Quindici sabati", in onore della Madonna di Pompei, tradizione che ancora continua e che comporta il ritrovarsi davanti al Suo altare per 15 sabati consecutivi ed invocare la Vergine con particolari preghiere e riflessioni, espressione della devozione mariana del popolo ucriese.
            Per alcuni anni, come mi è stato raccontato dalla nostra Maria Scalisi, che l'ha appreso dai suoi genitori, davanti all'altare della Madonna di Pompei, a luci spente, veniva celebrato il matrimonio di chi aveva fatto "la fuitina", o, per motivi economici. 
            E mi sembra bello pensare che le coppie il cui amore, talvolta, era contrastato dalle famiglie, si sentissero accolte da questa Madre tenerissima e a Lei affidassero la loro vita insieme.
            Oggi tutti noi Ucriesi e coloro che vengono a visitare la nostra bella Chiesa, possiamo ammirare, grazie alla fede operosa della signora Celeste Galvagno, l'immagine della nostra Mamma del Cielo, che - posta sull'altare di fronte alla porta laterale da cui si accede normalmente in Chiesa - accoglie tutti noi suoi figli e, col Suo sguardo d'amore, ci invita ad avere un cuore aperto e fiducioso, a non restare indifferenti alle sofferenze di chi incontriamo e a non farci rubare la speranza, come spesso ci sollecita papa Francesco a cui, credenti e non credenti, vogliamo un gran bene. 
            E la Madonna di Pompei benedica Ucria e tutti i suoi figli sparsi nel Mondo.

            Con gratitudine impastata di cordialità.



L’ULTIMO LATIN LOVER - Giuseppe Salpietro

L’ULTIMO LATIN LOVER
Giuseppe Salpietro
            Era comunemente conosciuto come Johnny Casella, ma si faceva chiamare John Kennedy.
            Giovanni Casella, non è difficilissimo incrociarlo ancora oggi mentre staziona immobile a Messina all’incrocio tra il Viale San Martino e la Via Maddalena lato monte. Benché avanti negli anni conserva ancora i tratti antichi ed irriducibili dell’impenitente play boy.
            Per diversi decenni, la sua presenza in quel luogo è stata fissa, come quella del palo della pubblica illuminazione o del vicino semaforo che regola il passaggio dei pedoni da un marciapiede all’altro. Se avesse in questi anni timbrato il cartellino e l’avessero pagato ad ore per lo stazionamento, sarebbe ricco.
            Percorrendo il Viale, un tempo luogo d’affaccio dei più grandi e lussuosi negozi di Messina decantato nella mai dimenticata canzone sanremese dei gruppo musicale “I Gens”, appare all’improvviso come una statua di cera del famoso museo Madame Tussauds di Londra.
            Sguardo assente artatamente lanciato nel vuoto in chissà quale direzione a rincorrere sottane di belle donne, immancabile maglione dal collo rivoltato – conosciuto come dolce vita - dal colore sgargiante rosso fuoco, capelli ancora neri, lunghi, lisci e sufficientemente unti tagliati in due al centro della fronte in discesa libera verticale sui due lati della testa, e poi, pelle scura – un tempo perennemente abbronzata - rugosa quanto basta per dare l’idea dell’uomo “vissuto”, del maschio siculo “travagghiatu”.
            E’ proprio lui l’ultimo latin lover professionista dell’amore conquistato con un’occhiata languida da pesce lesso, che negli anni sessanta trascorse più tempo nei locali notturni di Taormina a rincorrere con riconosciuta maestria femmine d’oltralpe di ogni età e dimensione, che un operaio della Fiat alla catena di montaggio della popolare automobile 127. Femmine, desiderose di riportare nelle loro fredde regioni nordiche come souvenir uno scampolo d’amore siculo.



             Si muoveva serioso tra i tavoli ed i salottini della “Giara”, de “Il Sesto Acuto” o del “Tiffany”, con l’aria disincantata da maschio siculo consumato. Fisico asciutto, andatura lenta e dinoccolata accompagnata dal movimento ritmato delle braccia che apparivano nell’incedere, sproporzionate per lunghezza. Con la sigaretta sempre penzoloni, quasi cadente tra le labbra ben modellate pronte a dispensare soffici baci alle prede di turno.
Insomma: a cu’ pigghiu pigghiu !
            Vita da cani al Mocambo*. Luogo dove ancora si può individuare, come riconoscimento di lunga militanza, ritratto al centro della mischia tra volti noti di assidui storici frequentatori in un grande murales dipinto su un muro del noto locale taorminese. E’ certamente lui, con i suoi immancabili occhiali Ray ban riflettenti e con le iniziali JK vergate sul petto della sua divisa d’azione, il suo maglione dolce vita, nell’occasione giallo canario.
            Dispensò generosamente tanto, ma rimase anch’egli fulminato da cupido, al punto che, per inseguire l’amore dell’attrice svedese Ewa Aulin prescelta da Tinto Brass per la pellicola “Col cuore in gola”, vendette la Fiat 750 azzurra che la madre Rosa Palumbo, vedova di guerra, gli aveva comprato non senza grandi sacrifici.
            Senza successo, rincorse il perduto sogno d’amore per mezza Europa, ma non gli restò altro da fare che ricorrere in ultimo, esausto, a massicce dosi di AULIN, questa volta in bustine, per farsi passare il mal di testa, quando la fine del loro rapporto pare sia stata decretata, senza appello, in un pub di Stoccolma.

         Mocambo -  Storico Caffè concerto di Taormina, fondato nel 1944. Per decenni, punto di riferimento d’incontri mondani a due passi dal belvedere con il suo affaccio sul magnifico Golfo di Giardini Naxos. Tra gli ospiti del locale vi furono scrittori, cantanti, attori e attrici, registi, ballerini e un numero infinito di uomini d’affari di tutto il mondo. Impossibile elencare tutte le personalità che sono transitate in quel ritrovo, ma sicuramente è possibile citare Liz Taylor, Antonioni e John Houston, Anna Magnani, Sofia Loren e Virna Lisi, Ricard Burton, Marcello Mastroianni, Turi Ferro, Alain Delon, Alberto Sordi, Ben Gazzara e tanti altri. L’elenco sarebbe infinito.

LA FONTANA DI POZZO LEONE (O DELLE BELLE DONNE) - Nino Algeri

LA FONTANA DI  POZZO   LEONE
(O DELLE BELLE DONNE)
Nino Algeri
Nel Giornalino del mese di Ottobre 2016 ho parlato della fontana del Lauro la quale, pur se dimenticata dalle istituzioni e bistrattata dai messinesi, ancora esiste, anche se un misero troncone.
Ora desidero parlarvi di una fontana che pur avendo millenni di storia  non esiste più, esiste solo il toponimo
LA FONTANA DI  POZZO   LEONE
(O DELLE BELLE DONNE)
La fontana di Pozzo Leone fu così chiamata in onore del Papa Leone II, il quale è stato pontefice per meno di un anno (dal 17.08.682 al 03.07.683), e possedeva la casa proprio nei pressi di questa fonte.
Questa fontana si trovava  a Messina quasi di fronte al teatro Vittorio Emanuele sull’attuale via Garibaldi, originariamente si chiamava fonte Zancla, perché allora la città di Messina si chiamava Zancle.
            È una delle fontane più antiche di Messina, infatti, di essa troviamo tracce addirittura nell’ Odissea di Omero, quando parla di Ulisse e dei suoi compagni che si fermarono per dissetarsi e fare rifornimento d’acqua proprio a questa fonte.
Che la nave nel porto appo una fonte
fermaro, e ne smontaro, e lauta cena
solertemente apparecchiâr sul lido.
Paga delle vivande, e de’ licori
la naturale avidità pungente,
risovveniansi di color, che Scilla
dalla misera nave alto rapiti
vorossi, e li piangean, finchè discese
su gli occhi lagrimosi il dolce sonno

            Troviamo ancora tracce di questa fontana nella leggenda di Cerere la
quale si riposò e si rinfrescò proprio a questa fonte quando, in giro per il
mondo, cercava Proserpina (1).
L’acqua di questa fonte scaturiva da una roccia che si trovava in una grotta e in questa erano stati fatti dei sedili in modo che la gente dell’epoca potesse gofere della sua frescura.
  QQuando la città di Messina fu cinta di mura, per potersi meglio difendere dagli attacchi nemici,  si pensò di conservare la grotta dove c’era la sorgiva mentre venne interrata la parte che sporgeva sul mare.
Durante la dominazione aragonese, nel secolo XV, la fonte venne abbellita con dei sedili di marmo e cambiò nome, venne chiamata: Fontana delle belle donne, forse perché era un luogo dove le belle donne messinesi


(1) P. SAMPERI, Iconologia della gloriosa Vergine, Me4ssina 1664 pag .12


andavano ad attingere l’acqua e potevano fare incontri, così nascevano amori e passioni (2), ma il toponimo potrebbe essere più antico, in quanto Nausica con le sue ancelle veniva a questa fonte a lavare i panni e a giocare, potrebbe derivare da questo il nome Fontana delle belle donne.
Sulla fonte così sistemata, fu posto uno stemma in cui oltre alle armi della città e a quelle degli Aragona vi era questa scritta:

Encleadi flammas fugiens per operta viarum
Hic caput atollo ninpha perennis aquae
Cum mea sunsissem venturam ad litora classem
Protinus exilui ninpha latentis aquae

Quando Emanuele Filiberto di Savoia, nel 1622, (viceré di Sicilia) ordinò la costruzione della Palazzata, l’architetto Gullì murò la grotta e convogliò l’acqua in un serbatoio da dove veniva fuori mediante cinque bocche di leoni in marmo, da questo momento la fonte prese il nome di Pozzoleone, come detto prima in onore di Papa Leone II. 
Con il terremoto del 1783 la palazzata crollò e la fonte fu sepolta dalle macerie, durante la sua ricostruzione l’architetto G. Minutoli progettò il rifacimento della fonte, ma questo lavoro non fu realizzato.
Il senato Messinese, solo nel 1834, fece restaurare il Pozzoleone facendolo diventare un portico con colonne, pilastri e marmi variopinti (3), l’acqua sgorgava da cinque cannule, inoltre  una tubatura fu portata fino al mare per poter rifornire più facilmente le navi.
            In una lapide (4) posta all’interno di questo portico si leggeva:

QUESTO FONTE
 DI LUNGA LIMPIDISSIMA VENA
ALL’OSPITE, AL CITTADINO PERENNE REFRIGERIO
DEL PAPA LEONE II MESSINESE LIGNAGGIO
POZZO LEONE APPELLATO
AMMINISTRANDO LA PROVINCIA
ALESSIO SANTO STEFANO MARCHESE DELLA CERDA
GENTILUOMO DI CAMERA DI S. M.  (D.G)
FU RESTAURATO E DI PORTICO FORNITO
PER CURA DI CARLO CHIARELLO SINDACO
FILIPPO SIRACUSANO / GIUSEPPE COLONNE BARONE DI CENTINEO
FRANCESCO BALSAMO PRINCIPE DI CASTELLACCIO
GIOVANNI MOLETI MARCHESE DI S. ANDREA
LETTERIO CARSERA COSTA/ GIUSEPPE LELLA
SENATORI  / ANNO MDCCCXXXIV

(2) G. LA CORTE CAILLER, Il fonte di Pozzoleone, in “imparziale – Messina 1620
(3)  LA CORTE CAILLER, Il fonte di Pozzoleone, in “imparziale – Messina 1620      
(4)  LA CORTE CAILLER, Idem

Nel 1879 il portico fu chiuso da un cancello e l’acqua dichiarata inquinata.
Come l’araba fenicia la fontana del Pozzoleone era risorta diverse volte, ma non poté rinascere dopo il cataclisma del 1908, si salvò soltanto la suddetta  lapide che oggi si trova custodita nel Museo Regionale di Messina.
Nel 1982 sotto la cavea del teatro Vittorio Emanuele sono state imbrigliate delle acque sorgive che potrebbero essere quelle della fonte del Pozzoleone (5).


NON DEVI LASCIAR PERDERE … TI DEVI INCAZ… RE - Enza Russo

 
NON DEVI LASCIAR PERDERE … TI DEVI INCAZ… RE
Enza Russo
            Quando qualcosa non va, quando qualcuno ti fa soffrire, lascia correre e perdonare serve a poco. Rassegnarsi di fronte ad una situazione che proprio non ci scende, ci fa stare ancora più male.
            Per superare la cosa nel modo più giusto possibile per noi stessi e incazzarsi e forte. Alle volte essere compresivi e lasciar correre non basta per farti sentire meglio, nella maggior parte dei casi non risolve la situazione.
            Basta sopportare persone che andrebbero mandate a quel paese. Basta giustificazioni assurde, basta essere tollerante, è il momento di reagire e di far capire davvero chi comanda.
L’unica persona che possa comandare o dare ordine nella tua vita sei tu.
Se queste persone ti fanno sentire male, trattandoti come una seconda priorità, devi urlargli in faccia quello che senti. Fagli capire cosa meritano veramente, ti farà sentire meglio.
Credimi… stare ad ascoltare le sue mille scuse.
            Quelle amiche che ti cercano solo quando hanno di bisogno, mettiamole tutte nel calderone, perché un’amicizia se non è vera ed autentica, non serve neppure per pulire le scarpe. Liberati da quelle persone che ti stanno fingendo interesse per te quando alla fine aspettano solo che tu commetta un passo falso per scavalcarti.
            Ricorda che nella vita la persona a cui dovrai rendere conto sei tu.
            Se permetti agli altri di prendersi gioco di te, finirai col convincerti che meriti solo quello, e invece no, meriti di meglio, infondo lo senti.
            Meriti delle persone che ti riempiono la tua vita e non persone che la svuotano, portandoti via dei pezzi.


CONOSCERE IL PASSATO PER COSTRUIRE IL FUTURO - Domenico Orifici

CONOSCERE IL PASSATO PER COSTRUIRE IL FUTURO
Domenico Orifici
            Da alcuni mesi i giovani del territorio che comprende i paesi di Ucria, Sinagra, Raccuia, Ficarra, Brolo e Sant’Angelo di Brolo si stanno affiatando dando vita a incontri di vario genere a in particolare per la conoscenza dei centri e luoghi storici dei paesi, ma anche di quanto offre la campagna con le su colline, boschi e Panorami che si aprono ai luoghi incantevoli dei Nebrodi.
            Con un manifesto reso noto nei primi giorni di agosto, nel gruppo WhatsApp “terre dei Nebrodi”, è stato stilato un programma di esplorazioni da realizzare nel territorio dei detti comuni che prevedeva per il 9 agosto a Ficarra: “una passeggiata sotto le stelle” con raduno alle ore21 in Piazza Umberto e col tema “passeggiata letteraria nel centro storico”; a Sinagra per il 4 settembre: “ ‘Nte vaneddi” urban Trekkng nei vicoli e la storia di Sinagra con raduno alle ore 9,15 a Piazza Castello; a Ucria l’11 settembre: “ ‘Nte strati di Ucria” passeggiata storico-culturale nel centro storico con raduno alle ore 17 in piazza P.Bernardino; A Raccuja il 20 settembre: “ scatti di vita” passeggiata Clikday con raduno alle ore 17,45 in piazza matrice; a S. Angelo di Brolo il 25 settembre: “passeggiata al tramonto”, suggestioni architettoniche e letterarie nel centro storico con raduno alle ore 18 in pazza V. Emanuele. Dopo la realizzazione del detto programma, per la gioventù che vi ha Partecipato, il territorio non è più un tabù. Fino ad alcuni mesi fa i centri storici erano semplicemente un ammasso di vecchi vicoli malsani e abbandonati, case cadenti e malinconici portali che testimoniavano nobili famiglie scomparse, inghiottite dal tempo.
            I fiumi erano corsi d’acqua che con i temporali s’ingrossavano e straripavano, minacciando di travolgere le opere che l’uomo aveva con grandi sacrifici realizzato o, semplicemente, luoghi ove si poteva andare pure a pescare. Le montagne e colline, semplicemente un capriccio della natura su cui crescevano rovi, boschi, e dove ci si andava per trascorrere ore di relax. Insomma, il territorio era qualcosa a se che poco aveva a che fare con la vita dell’uomo. Il mondo dei giovani era costituito dalle piazze, dove incontrarsi per litigare sulle partite di calcio o sulla politica, le sale gioco, dove poter trascorrere il tempo senza annoiarsi, il campo sportivo, le balere o le spiagge del mare; il resto poteva non esistere, non interessava, non serviva. Forse per effetto della crisi che attanaglia il mondo, la gioventù si è guardata intorno, si è accorta che uomo e natura sono due elementi che si completano a vicenda e ha incominciato a guardare e riflettere sul territorio che lo circonda, su chi siamo, come viviamo, dove andiamo e da dove veniamo. Si è sentita la necessità di incontrarsi per conoscere, discutere, progettare Sono così incominciate le passeggiate per le viuzze dei centri storici alla scoperta del passato, le passeggiate per i fiumi, i boschi, le colline, i monti alla scoperta del territorio; quel territorio con cui ci completiamo. Così il centro storico è diventato storia del passato, un passato di cui siamo figli e da cui riceviamo il testimone da consegnare alle successive generazioni. Nel centro storico è scritto il cammino degli antenati: “La storia è testimone dei tempi, Luce della verità, Vita della memoria, maestra di vita”(Cicerone - De oratore - 2,36) Dalle conoscenze acquisite, dalla consapevolezza dei rapporti col mondo che ci circonda, dall’affiatamento che giorno dopo giorno si matura nelle nuove generazioni, dalla scomparsa di ogni campanilismo, dovrà nascere il progetto univoco che restituisca al territorio, i valori e i fini che madre natura gli ha dato: essere la piattaforma in cui l’uomo deve trovare tutte le risorse necessarie a vivere e realizzare le sue inventive e i suoi sogni.
 Foto: 1 - Rocca San Marco ove nel 1965, nel corso di scavi della sovrintendenza di SIRACUSA FURONO RINVENUTI SELCI DEL PALEOLITICO




Foto 2 – portale chiesa della Madonna della Scala – Ucria


ZIA GIOVANNINA - Angela Niosi

ZIA GIOVANNINA
Angela Niosi

            Era una parente alla lontana.
            Bassa e cilindrica, si muoveva barcollando come un’onda, sia per il peso non proporzionato sia  per i reumatismi che le tormentavano le ossa.
            La ricordo con una mano perennemente appoggiata alla schiena nello sforzo di sorreggersi e di alleviare il dolore.
            Aveva occhi da lepre e labbra disegnate come una curva all’ingiù che le conferivano un’espressione seria e nervosa. Mi ero fatta l’idea che per qualche motivo genetico, non avesse la possibilità di sorridere visto che, anche quando era allegra, la bocca non riusciva a raddrizzarsi e si portava dietro tutta la faccia nella sua discesa libera.
            Anche la voce risentiva di ciò perché, quando usciva dalla curva, sbandava in una serie di suoni sgradevoli.
            I capelli, pochi e fini, erano racchiusi in un piccolo tuppo ma sembrava non ne avessero voglia perché continuavano a scappare, costringendola  spesso a sistemarli con le mani; toglieva una forcina, la appoggiava in bocca quasi fosse un mobiletto, raddrizzava il tuppo, rimetteva la molletta e scuoteva la testa da un lato come a dare il tocco finale.
            Soffriva della fastidiosa sindrome delle gambe senza riposo, lei diceva di avere i “dichi”, che l’affliggeva soprattutto quando era seduta, così si alzava e camminava un po’ scusandosi con i presenti. Dopo un breve giro di lamentazioni, si appoggiava alla spalliera di una sedia e lì rimaneva giusto il tempo di un sospiro. E via, a  ricominciare la camminata.  
            Non si era sposata e sembrava fosse nata vecchia.
            Non amava i bambini, o almeno così mi pareva.
            Manteneva le distanze, ognuno al suo posto, forse era per via della sua altezza, così vicina alla loro, che aveva paura le prendessero la mano. Quella mano che non ho mai visto allungare in una carezza.
            Lei, che non era mai stata madre, sosteneva che i bambini si dovessero baciare mentre dormivano, altrimenti sarebbero cresciuti smidollati e viziati.
            Quando andavo a trovarla con mia madre, io non ne avevo voglia, zia Giovannina mi proibiva di appoggiare le scarpe alla sbarra della sedia perché, diceva, potevo lasciarci attaccato lo sporco che sicuramente si era depositato sotto la suola. 
            E, se mi offriva un biscotto, credo pentendosi subito dopo, mi sommergeva di tovaglioli per evitare che, incautamente, io  facessi scappare qualche briciola sul pavimento appena pulito. Io mangiavo con grande ansia cercando un varco fra quella distesa di mappine odoranti di liscia che mi coprivano dal collo alle gambe.
            Non ho mai provato piacere a mangiare quei biscotti , accettavo solo per educazione e in cuor mio speravo che mia madre decidesse al più presto di  porre fine a quella visita.
            Ma lei continuava a chiacchierare ed io mi annoiavo terribilmente perché non venivo presa in considerazione.
            Così imparai a rendermi invisibile. Rimanevo immobile e mi mettevo a fissare  un punto nel muro davanti a me creando, con la fantasia, immagini surreali.
            Quando mia madre mi afferrava per il braccio, capivo che era l’ora di andare e quasi quasi mi dispiaceva dover interrompere quel gioco inventato per intrattenermi.