giovedì 14 gennaio 2016

FIMMINI ALL’ANTU * Giuseppe Salpietro *

FIMMINI ALL’ANTU
* Giuseppe Salpietro *

Cosi come in altre comunità contadine si attendeva che il tempo arrivasse per la vendemmia o la trebbiatura, ogni anno ad Ucria, ma anche nei vicini Comuni di: Raccuia, Castell’Umberto, San Piero Patti, Tortorici, San Salvatore di Fitalia e chissà in quanti altri, si aspettava con trepidazione quel breve lasso di tempo destinato alla raccolta del prezioso frutto delle nocciole.
Vera manna dal cielo, panacea di tutti i mali economici. 
Era il periodo dell’anno nel quale si tirava finalmente un sospiro di sollievo dopo tanti, certi, affanni. Finalmente, infatti, potevano entrare a tutto guadagno del magro bilancio domestico, anche un pò di “piccioli” per fare fronte, con più tranquillità, alla prevedibile penuria dell’imminente inverno.
“Ci nné, sunnu carichi ???  Ma quali …. , l’annata è scarsa”.
Attesa tanto forte nella vita delle comunità, non foss’altro per l’opportunità offerta ai compaesani di stare a laborioso contatto non solo di una natura ancora piacevolmente mite, ma anche di tanti amici. Situazione che, si comprenderà, favoriva certo la socializzazione, ma talvolta, manco a dirlo, lo sbocciare di nuovi sentimenti tra i giovani “chi tra na nucidda e l’autra ..”.
S’incominciava con la raccolta all’inizio del mese di settembre, per proseguire, tra una “passata” e l’altra ( non meno di tre ), orientativamente fino alla prima quindicina del mese di ottobre, quando restavano a terra soltanto foglie secche (fugghiacii) e “friscaletti”. Per essere certi che non fosse rimasto nulla per i roditori, ogni foglia veniva spostata e rispostata con cura come fosse un’indagine condotta dal Reparto Investigazione Scientifiche R.I.S. a seguito di un efferato delitto di sangue.
Magari avessero inventato un metal detector capace di utilizzare l’induzione elettromagnetica per rilevare la presenza delle nocciole.
Era questione di salvamento di vita, di “piddottu”.
L’intero nucleo familiare era naturalmente “precettato” per la raccolta, confidandosi anche nell’usuale collaborazione tra parenti, amici, “cummari e cumpari”, che si offrivano spontaneamente, se liberi da altri impegni, a fari “du iurnitti”.
Precedute da chi provvedeva a scuotere con forza ( cutulari ) ogni ramo del grosso arbusto, determinando la precipitazione del frutto al suolo per violento distacco, le donne provvedevano all’aggressione sistematica delle “rasule” con una tecnica sperimentata per secoli e tramandata per esperienza, che sembrava un attacco strategico. Esse infatti, come fossero voraci cavallette ed in numero variabile in relazione alla bisogna, anche trenta e più, si disponevano all’antu, e così in fila e con il “culo a ponte”, procedevano da valle a monte senza lasciare nessun fazzoletto dell’appezzamento inesplorato dalla vista e dal tatto.
Più volte mi toccò da ragazzo dissetare le operose donne. Era infatti incarico affidato ai più giovani della compagnia ( e picciriddi ), quello di andare a riempire di acqua freschissima “u bummulu”, presso la più vicina sorgente. Attività che risultava un vero piacere, quando si trattava di interrompere la noia della raccolta, che a dire il vero non appassionava nessuno se non il proprietario della “robba”, ma vera “camorria” quando la sorgente era troppo lontana in terreni per loro natura scoscesi e non agevoli.
Il “faddali” colmo al punto da piegare la schiena delle energiche raccoglitrici, veniva periodicamente alleggerito dal “misarolo”, che faceva “sdivacare” il frutto raccolto all’interno di usurati sacchi di juta per poi depositare il prodotto sopra una superficie realizzata utilizzando rustiche assi di legno allineate ed esposte al sole settembrino per favorirne l’asciugatura dall’umidità residua. Lì, di tanto in tanto, venivano mescolate con una pala di legno “paliati” e nel contempo, private dalle inevitabili nocciole marce, vuote o rosicchiate al loro interno da voraci roditori, via via intercettate dagli occhi attenti del proprietario che ci teneva a non vedere deprezzato il proprio prodotto.
Sembrerà strano, ma la “paliata” per chi sapeva ascoltarla, era vera musica sinfonica. Come un’orchestra di cento strumentisti, specie a sera, si sentiva in ogni angolo quel rumore sordo prodotto dallo strofinio dei gusci sul pavimento di legno, che diventava suono allegro, scoppiettante come giochi d’artificio o tintinnante come “piccioli spicci” in caduta libera, quando, come fosse una cascata, le nocciole ricadevano le une sulle altre al suolo.
All’antu, tutti per soddisfare i loro bisogni corporali, dovevano allontanarsi cercando riparo dagli sguardi altrui dietro qualche asperità del terreno, e si badi bene, non era d’uso utilizzare carta igienica extrasoffice a sette veli sovrapposti, bensì più ruvide foglie recuperate sul posto, escludendo, ovviamente, ficari e ficareddi.
Nei suoi ritmi giornalieri cadenzati, la raccolta era ed è ancora oggi, naturalmente interrotta dalla sosta per la colazione ed il pranzo. Ai nostri giorni, liberati dal bisogno, immagino che il menù sia meno parco e ricco di salumi e prosciutti blasonati, ma non lo metterei a confronto con quello consumato per secoli nelle campagne nei momenti della pausa, vera celebrazione di un rito antico. Contribuivano al sollazzo, l’utilizzo dello “scorpu”, legnetto modellato come fosse una posata in sostituzione delle forchette, o l’utilizzo di sacchi semipieni come più comode sedute, innanzi a “mappine” stese al suolo, rigorosamente a righe trasversali colorate, pronte ad ospitare per brevi attimi: “alivi”, “pipareddi”, “tumazzu”, “provula”, “patati e ova vugghiuti”, “pumadoru” (rigorosamente insaporite con il sale), “pani i casa” e “vinu”..

Ed intanto, “cugghiunannu e cuntannu frastocchi”, si costruiva anche grazie “e fimmini all’antu”, il benessere quotidiano di una comunità che sulla nocciola, e non su altra risorsa, contò per assicurasi la sopravvivenza nei secoli.




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